Pezzo 0(due) il 30 dicembre al Centro Culture Contemporanee Zo

Per Y+quasar, la prima siciliana di pezzo 0 (due), dal “Triptique de la peau” di Maria Donata d’Urso.
Maria Donata D’Urso è catanese, vive e lavora a Parigi.
Il suo campo d’indagine primario è il corpo, al di là di qualsiasi contesto storico o narrativo. La sua ricerca scenica coniuga nella scrittura coreografica la fisicità e la concretezza del corpo nudo con interventi mediali. Una creazione che disegna e scolpisce nell’occhio dello spettatore un particolare spazio scenico, ma anche luminoso e sonoro.
Triptique de la peau è un trittico performativo composto da pezzo 0(due), collection particuliere, lapsus.
…. Mi piace considerare la superficie della pelle come lo spazio scenico. La pelle il luogo frontiera, limite e punto zero. Zero come cerniera tra più e meno, il prima e il dopo.Dove la destra diventa la sinistra e la sinistra la destra. Zero come vuoto, assenza e presenza…..
…La luce concepita da Yves Godin è disposta a 360° attorno al corpo, segue manualmente il corpo e rivela le sue diverse organizzazioni…
….Il tempo dello spettacolo prova ad avvicinarsi ad un presente. Lo spazio tende verso l’invisibile.Maria Donata d’ Urso
Maria Donata D’Urso: Coreografia e interpretazione
Yves Godin: Progetto luci
Erik Houillet: Direzione tecnica luci
Mathieu Farnarier: Suono
Il 30 dicembre alle ore 21:00 da Zo, piazzale asia 6 Catania
Gennaio 19th, 2009 at 13:56
Pezzo 0 Due di Maria Donata D’Urso
30 dicembre 2008
Y+ Qasar ideato e organizzato da Cinzia Scordia
Cos’é materia?
Danza contemporanea come arte contemporanea, laddove l’artista interpella la sua tela o plasma materia inorganica, l’artista danzante strumentalizza il suo corpo. In questo il ‘concetto’ visivo è vissuto, l’interiorità dell’espressione diventa esteriorità immediata, e viene trasmessa attraverso la pelle dell’artista, l’anima del ‘quadro’. Maria Donata D’Urso ha fatto del suo corpo non l’oggetto d’arte, il veicolo espressivo, il linguaggio unico, ma una ‘danza’ in uno spazio scenico, che vuole il suo pubblico, il suo sguardo, il suo pensiero, il suo tempo, la sua sera di dicembre, col finire di un anno, in una città stesa ai pendii di un vulcano. Una danza che non dimentica l’origine organica del corpo, né la bellezza della pelle, né il fluire del soffio primordiale; una danza che si presenta come gioco scenico, catturando l’immaginazione, la perplessità, la curiosità dello spettatore. Nello spazio la coreografa ha messo un corpo, forte della sua flessibilità, capacità convettive e stabilità terrena. Sul corpo arrivano raggi di luce, che illuminano la tensione muscolare, ed evidenzia il respiro e il movimento che insieme creano la forma scultorea scenica, ammirabile nella sua solidità ma anche nel suo svanire. Un suono scarno, il suono dell’inudibile, il canto dei muscoli accompagna i micro-movimenti. La concentrazione dello spettatore crea il tempo dello spettacolo – scruta la forma fatta di corpo e luce per cercare una storia, per ‘vedere’ laddove non è visibile, per ritrovare una forma rassicurante, per arrivare, forse e inconsapevolmente, all’inafferrabile domanda ‘cos’è materia?’ La presenza che potrebbe appagare lo sguardo dello spettatore è nascosta, si coglie solo con la chiusura del sipario nella persona della coreografa-danzatrice, vestita di un semplice abito nero, che incontra gli applausi. Nell’immaginazione dello spettatore ha lasciato una possibilità d’incontro….
Silvana Tuccio, gennaio 2009